Di solito pensiamo alla natura in termini di lotta per la sopravvivenza, come se la vita dovesse essere solo sopraffazione, ma la verità è che praticamente tutti gli animali passano gran parte del loro tempo a non fare nulla in particolare, a farsi un giro o riposare. È vero per i vertebrati, gli invertebrati, i mammiferi e gli uccelli. Nessuno va perennemente a caccia di cibo. È vero persino per gli insetti sociali, che associamo a un grandioso tasso di operosità. Neanche le api sono sempre occupate. Alcuni fuchi maschi anzi non faticano mai, aspettano la stagione degli amori e poi muoiono. Il lavoro dentro un alveare, compresa la cura del miele e l’allevamento della covata, viene fatto solo da pochi esemplari piú giovani, mentre gran parte degli altri abitanti gironzola per il nido. La stessa cosa vale per gli industriosi e proverbialmente instancabili formicai. Nella massa vorticosa del superorganismo di una colonia di formiche c’è anche una classe di individui, di solito piuttosto ampia, dedita all’inattività, che campa senza affanni, al massimo sbriga faccende di poco conto o passa qualche comunicazione alle altre formiche.
E in fondo anche Homo sapiens, come gli altri animali, per decine di migliaia di anni è sopravvissuto, ha girato, ha mangiato, è scappato, ed è stato mangiato. Ma si è soprattutto riposato moltissimo. Poi inventando l’agricoltura ha imboccato la strada senza ritorno della specie dominante, che ha successo perché si strappa dalla natura, si espande, modifica gli ecosistemi, domestica sé stessa e gli altri esseri viventi. Ma cosí l’essere umano si è condannato all’insoddisfazione. Ha creato il concetto di scopo solo per poi riconoscere di non poterne avere uno. Siamo diventati delle bestie insolenti destinate a uno stato di infelicità perenne. C’era stata invece un’età dell’oro, in cui eravamo cacciatori-raccoglitori, morivamo giovani per qualsiasi principio di malattia ma almeno eravamo organismi autonomi, che alla vita non chiedevano molto se non di potersela prendere con calma.
Matteo De Giuli è caporedattore di Lucy. Scrittore e autore, ha lavorato per Rai3, Radio3, Il Tascabile Treccani. Ha scritto “Buoni a nulla” (Quanti, Einaudi, 2022) e, con Nicolò Porcelluzzi, “MEDUSA” (Not, NERO editions, 2021).